IL GOVERNO DRAGHI, OSSIA IL REDDE RATIONEM DELLA POLITICA ITALIANA
Riflessioni sulle riposte speranze ed i solenni fastigi irradiati dalla grande impresa draghiana

   Con scatto decisamente tardivo e cionondimeno puntuale rispetto alla stagnante oblivione medioitalica, strappo dal mio taccuino di dannato queste esigue notazioni sulle riposte speranze e i solenni fastigi irradiati dalla grande impresa draghiana.
   Pare ieri l’anno in cui, steso ormai il tappeto rosso alla giunta militar finanziaria di Monti e degli altri liquidatori della finanza internazionale, le maggiori testate invocavano a botte di titoloni: “Fate presto!” a scongiurare quella Casamicciola che i mercati finanziari andavano da tempo minacciando, sferzando tra capo e collo ricarichi di spread da lasciare tramortiti.
   Sempre nel 2011, (è quello l’anno indimenticabile) il filosofo Preve, tacciato sovente di rossobrunismo per le sue teorie disfattiste riguardo i tradizionali rapporti di forza del bipolarismo politico, invocava, dai fautori di quest’ultimo, prove a suffragio dell’esistenza di un’autentica dicotomia destra-sinistra – prove che andassero ovviamente oltre il solito gioco di manipolazione sportivo-identitaria dei partiti -, rivolgendosi loro pressappoco in questi termini: “Tocca a chi difende ancora la dicotomia destra-sinistra, difenderla con argomenti, che non sono affatto facili di fronte al commissariamento di Monti”.
   Quel più che legittimo appello, voce di chi grida nel deserto, non è stato evidentemente raccolto da nessuno, se dieci anni dopo si spaccia per democratico un ulteriore commissariamento che di politico non ha che la supina adesione di quasi tutti i partiti.
   Fu così che nel 2021 avvenne la magica alchimia, il più volte caldeggiato sincretismo emergenziale partitico, insomma l’armistizio provvisorio fra i vecchi dinosauri, la cessione dell’isterismo oppositivo che doveva far fronte a questioni oramai indifferibili come la demolizione del lavoro, della sanità, e di una intera generazione di dispersi.
Ove a mettere tutti d’accordo non erano bastate le suddette piaghe, è riuscito il ghigno fra l’accattivante e il sardonico “del non italiano” Mario Draghi.
   Certo le divergenze fra Monti e Draghi sono notevoli, ma non riguardano, a ragion del vero, che l’accezione puramente grammaticale. Ai tempi di Monti si titolava: “Fate presto”; in quelli di Draghi si è bucinato un più poetico: “L’ora è grave”. Trovata, quest’ultima, degna di un geniaccio: come se nei termini della shock economy (la nostra attuale governance) l’ora non fosse sempre grave.
   Altra notevole differenziazione (dove?) sta nelle rispettive “operazioni simpatia”, ossia quelle familiarizzazioni di impianto mediatico che hanno corteggiato il loro insediamento: “Anche loro fanno la spesa al supermercato; anche loro maneggiano le sporche particole di quella moneta a cambio fisso che tutti ci invidiano. Non c’è dubbio: sono dei nostri”.
   Ma soffermandoci su Mario Draghi, più che il simpatico nonnino o il formidabile perito economico-finanziario, io continuo a vedere l’uomo il cui curriculum, o meglio pedigree, dovrebbe essere ragionevolmente lo spauracchio di ogni organismo con pretese democratiche. Egli è infatti prima di ogni altro generoso epiteto:

l’uomo di Goldman Sachs;
l’uomo del Gruppo dei Trenta;
l’uomo della Troika imposta alla Grecia;
l’uomo del Panfilo Britannia, ossia della privatizzazione selvaggia, e della svendita organizzata
delle maggiori aziende pubbliche italiane;
 l’uomo che ha sottoscritto le letterine minatorie a dir poco, recapitateci in persona della fantomatica Europa, quando la politica (guai a noi) rischiava di prendere una piega eccessivamente welfaristica.

   Il suo messaggio sopra e fra le righe teneva – allora come ora – bordone al solito: “Imparate a votare”, ossia puntate sull’unico principio della rassicurazione dei mercati, delle agenzie di rating, ecc: politica da encefalogramma piatto.
   I report che sottoscriveva fino a ieri in grembo alle allegre comari del Gruppo dei Trenta, e che millantavano la giusta ricetta economica per le nazioni, erano tutti orientati in senso ultraliberista e filobancario. I punti espressi in maniera che più sinottica non si può, ruotavano sempre intorno a questi concetti cardine:

pensioni (la lapidarietà con cui si liquida l’argomento suona sempre sinistra);
flessibilità lavorativa (ossia deflazione salariale, ossia andare a vendere cibi scrausi con i motorini);
ulteriore aumento dell’avanzo primario (cioè più tasse e meno servizi).

   Può il semplice atto di salire al soglio governativo costituire fonte di una repentina e così drastica conversione? Staremo a vedere. Certo, per ora, ritornando all’assunto politico tradizionale, ciò che striscia sotto gli occhi di tutti è un bipolarismo ridotto ormai a bipolarità psicotica, confermato, più che contraddetto dall’unica opposizione acefala di una Meloni, la quale individua il male assoluto nella rilevanza del centro-sinistra al parlamento: roba da risuscitare le risate omeriche, se non indossassimo invece i coturni della tragedia.
   E così fra l’inaffidabilità di politici moralmente ripugnanti come Jenkin Brown, l’orrendo topo antropomorfo dei deliri lovecraftiani, persistiamo nello stanco determinismo che ha caratterizzato l’ultimo trentennio, il senso di indifferenza generale, l’atroce rassegnazione postmoderna.