CAZZARI E CAZZIMMISTI ALLA GUIDA DI UNA REGIONE CHE STA CADENDO A PEZZI
Corre Il Trecento, buona parte dell’Europa è afflitta dalla peste e dalla carestia. Bengodi paese nato dall’immaginario del Boccaccio si reincarna in terra calabra con la trasfigurazione di un desiderio nell’immagine di un luogo reale. Le esternazioni di Spirlì che chiamano in causa tutti coloro che da decenni, ai posti di comando, scaldano la sedia.

Oggi mi par di rivivere quella novella, narrata da Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, il Paese di Bengodi, che rappresentava più la trasfigurazione di un desiderio che l’immagine di un luogo reale. Corre il Trecento e buona parte dell’Europa è afflitta dalla peste, dalla fame e dalla carestia.

Il toscanaccio, però, così descrive Bengodi:
“…si legano le vigne con le salsicce, e
avevasi un’oca a denaio e un papero
giunta, ed eravi una montagna tutta di
formaggio parmigiano grattugiato, sopra
la quale stavan genti che niuna altra cosa
facevan che far maccheroni e raviuoli, e
cuocergli in brodo di capponi, e poi gli
gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava
più se ne aveva; e ivi presso correva un
fiumicel di vernaccia, della migliore che
mai si bevve, senza avervi entro gocciol
d’acqua”.

Alla fin fine, però la novella non è l’apoteosi del cibo bensì la beffa di Maso, Bruno e Buffalmacco che spingono Calandrino a cercare l’elitropia, una pietra che regala l’invisibilità.
La mia fantasia galoppa ed un pensiero mi passa per la testa: Boccaccio doveva esser dotato di lungimirante chiaroveggenza se dopo sette secoli abbondanti il paese di Bengodi va a ricollocarsi, da immaginaria contrada di Berlinzone… al di sotto del 38^ parallelo, in Calabria che ha, come l’elitropia di Calandrino, il dono, pregio o difetto, di rendersi invisibile e di vivere solo di promesse.

Forse il parallelo fra i due luoghi può sembrare un po’ forzato, però provate a sostituire ai maccheroni e ravioli del Boccaccio, i decantati pipi e patati del governatore, on. Spirlì; al posto di Maso, Bruno e Buffalmacco, senza distinzione alcuna tra destra, centro e sinistra, i componenti del parlamentino regionale, che vive ed opera “ppi ‘lli cazzi sua”; al posto di Calandrino quasi due milioni di “smandrappati”, che tal vogliono essere, e come lo smarrito Calandrino, hanno una terribile confusione in testa, tal da non saper distinguere il concreto dall’astratto. Vi sembra ancora azzardato il parallelo tra il Bengodi, nato dall’immaginario boccaccesco, e la regione Calabria?  Allora sostituiamo anche il fiumicel di vernaccia con un altrettanto valido vinello autoctono – il magliocco – che bevuto nella giusta misura produce edonistiche, colpevoli sensazioni tali da far perdere il ben dell’intelletto.   

La Calabria, ultima regione d’Europa per sviluppo socio economico e qualità di vita sta cadendo inesorabilmente a pezzi dilaniata da cazzari verdi, rosè ed altri indefiniti colori della scala cromatica; da cazzimmisti quattro stagioni che, traduco… intendesi per tali quelli che predicano un giorno una teoria e un’altra completamente opposta il dì che segue; da dogmatici e saccenti Soloni di farmacia, cioè quelli che hanno sempre pronta una soluzione al problema del giorno. Cade a fagiolo l’intervento del governatore f.f. Spirlì che il 19 aprile u.s. ha sostenuto, in sede di giunta, che la gravità dello status regionale calabrese sia addossabile non a chi si è trovato nocchiero di un battello che fa acqua da tutte le parti, bensì a chi da decenni ha solamente scaldato gli scranni dei posti di comando. Discutibile, invece, il paragone che solo un consumato attore poteva utilizzare per dichiararsi estraneo alle note negatività del territorio addirittura chiamando in causa quel ragazzino di duemila anni fa, che scappando dalle mani della madre e del papà putativo, si trovò a parlare con i sapienti del tempio”

Vivono e vegetano tutti costoro nella Cittadella degli Uffici, luogo magico dove non esiste più il confronto tra destra, centro e sinistra bensì un tacito e condiviso accordo per il quale prima di tutto va difeso l’interesse personale di ciascuno: l’opportunità di seminare abbondantemente per falciare altrettanto abbondanti messi il giorno del raccolto, vale a dire quello delle prossime elezioni regionali che, pandemia Covid permettendo, dovrebbero aver luogo nel prossimo autunno.
Intanto a Consiglio regionale “sciolto”, quindi in carica solo per gli affari correnti vale a dire per l’ordinaria amministrazione, sotto la guida di un presidente per caso, più persuaso che convinto, stanno avvenendo infornate di assunzioni senza concorso sotto le mentite spoglie  ”lotta al precariato storico regionale”. A dire il vero il nostro mago Spirlì ha preso le distanze da tal decisione sostenendo che un’amministrazione ordinaria non può risolvere questo problema. Se è possibile fare qualcosa sarà cura di un presidente eletto e con pieni poteri”.
Giova ricordare che il precariato storico calabrese, denunciato a suo tempo dalla Santelli, è costituito dalle circa 800 persone retaggio di due carrozzoni, Calabresi nel Mondo e Calabria Etica che già “tanti lutti addussero agli Achei”. A questi vanno poi aggiunti le assunzioni a tempo determinato di braccianti agricoli, baby sitter, bagnini, tabaccai, autisti, pizzaioli, barbieri, sindaci/autisti e quant’altro, senza l’obbligo della presenza – come denunciato dal servizio redatto da Alessia Bausone e dalle Iene. Premetto che regolarizzare il precariato è quanto mai sacrosanto; però a parte tutto mi sia consentito dubitare che l’eredità, lasciataci dai due gioielli della corona calabrese, Galati (Calabresi nel mondo) e Ruberto (Calabria Etica), sia proprio un esempio di moralità cristallina e di ferrea rigorosità. Pertanto celebriamo o ci apprestiamo a celebrare l’assunzione di precari veri e di nullafacenti tanti; un giochino che vale per noi, contribuenti calabresi, circa cinque milioni di euro.

Vogliamo parlare poi degli stipendi d’oro e dei premi dei dirigenti regionali calabresi? Compensi esorbitanti che non hanno raffronto con quelli dei pari grado di altre regioni.
Ne contiamo dodici, ma erano ben sedici le postazioni dirigenziali calabresi!
Si va dai 240mila euro l’anno alle 146mila. Il loro stipendio annuo lordo (diviso 13) è pari a 45mila euro mensili. Per il contratto nazionale la retribuzione mensile dovrebbe assestarsi su di un range tra un minimo di 12mila euro e 45mila euro.
A parte i premi che complessivamente ammontano a 600mila euro e che vengono puntualmente distribuiti per il raggiungimento degli obiettivi prefissati (sticazzi!!!).

Amici “conterronei”, vi porgo il mio buongiorno carico di vergogna e ribadisco quanto ho scritto qualche  mese fa: SE FOSSE POSSIBILE MI DIMETTEREI DA CALABRESE; non che altrove si coltivino tulipani, rose e fiori, anzi di più e peggio, però il maltolto è, forse, anche direttamente proporzionale al modus vivendi della vulgata. Alla fin fine, a parte i luoghi comuni italioti, mi rode il pensiero che questa terra sia una colonia in Patria e che comunque vadano le cose i calabresi si ritrovino senza ciliege e con i glutei  malmessi. (Vecchia pillola di saggezza popolare).