LA RIFORMA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE DI BRUNETTA
Si va verso la discrezionalità delle assunzioni pubbliche

   Le fregature le senti arrivare da lontano, con quel piglio fra l’innovazione cucita sul ménage statistico, ove con “statistico” si intende: ciò che il potere vuole che tu voglia imbeccandoti la risposta al sondaggio  e quella leggera effervescenza palatale che contraddistingue la novità per la novità.

A nessuno importa veramente ciò che di lì a poco accadrà: qualche belva nel serraglio si scompone in un passeggero quanto disordinato strepito, riconquistando via via la mansuetudine del suo ordinario regime proprio nell’incipienza del movimento tellurico.

Da tempo immemore le tribù politiche si danno da fare per smantellare a colpi di tomahawk le varie garitte amministrative. Nessuna misericordia: le vecchie cabine pubbliche devono essere smembrate e i loro resti bruciati, serbando il possibile all’esercizio delle zanne molossoidi di qualche privato, i cui interessi, dicono senza riscontri effettivi, fanno il nostro interesse.

Per contro, è assai difficile trovare un argomento che sia cagione di una dissonanza cognitiva (odio l’abuso di questo termine, ma è l’unico modo per intenderci fra medie intelligenze) come quello del pubblico impiego: ciò che la gran parte dei cittadini disprezza, per le notevoli criticità che fanno capo al suo accesso, e per le strutture sbilenche dei suoi reclutamenti che reggono a fatica la parvenza di un dominio meritocratico, laddove vige in realtà, visibilissimo, un determinismo come un altro.

Dicevo che gran parte dei cittadini crede di disprezzare il pubblico impiego, eppure, in quest’epoca di suprema incertezza, ho visto fior di professionisti piantare baracca e burattini in cambio del mitico “posto fesso”, poiché se lo spirito di frontiera può andare ancora bene fino ad una certa età “non previdente”, per gli over 40 ossia il 60% della popolazione italiana, l’imposizione del “dacci oggi il nostro pane quotidiano” può costituire una tragedia più che un modus, nell’era in cui i self employed si riproducono, per mancanza di alternativa, a dismisura, operando una riduzione dell’ossigeno piuttosto che un virtuoso innalzamento della competitività.

Anche nella pubblica amministrazione padroneggia il numero dei segnati. È chiaro. E Brunetta, col suo piego astioso che deve produrre un intenso sollucchero al paternalismo dei diversi baby boomer, dopo essersi scagliato contro bamboccioni e fannulloni amministrativi, ora pone le sue mani drastiche da barbiere e da cerusico anche sulle procedure concorsuali. Che esse erano troppo farraginose lo si sapeva da un pezzo; che tendessero a premiare da impostazione le riserve mnemoniche dei candidati più che l’utile apporto pragmatico, lo si sapeva non di meno. Ma nella sua bocca tutto ciò assume il carisma di una verità inaudita e puntualissima.

Si devono cogliere assolutamente due piccioni con una fava: radere ogni asperità avvalendosi del celeberrimo rasoio di Occam. Imbarcarsi nella soluzione logicamente più alla mano. Così la trovata è favorire l’incisività delle esperienze lavorative presso l’amministrazione a discapito dei troppi fumosi titoli e delle prove concorsuali in se stesse, tutti quei test attitudinali più degni della Settimana Enigmistica e del suo Bartezzaghi che di un potenziale inserviente dell’albo pretorio.

A questo punto la domanda del buon Pierino è la seguente: come si fa a maturare esperienza lavorativa presso una qualsiasi amministrazione così da avere nelle selezioni pubbliche soddisfacente o almeno speranzosa opportunità di gareggiare alla pari? Hoc est simplicissimus: o affidandosi all’arcinota discrezionalità delle agenzie interinali, o alle altrettante discrezionalità che fanno capo ai titoli di L.S.U., di cassaintegrato e affini. Nulla insomma che risponda totalmente al nostro merito o alle nostre virtuose tasche di stagisti. Così i segnati saranno ancora più segnati e i sommersi ancora più sommersi, con la consueta attitudine a perseguire l’optimum nel peggio.

Quando il solco della tendenza è già stato tracciato poco importano i clamori delle Camere e la loro celebre navetta, e questo periodo emergenziale di riforme “dovute” è l’ideale per far passare sotto gamba ciò che in altre circostanze non avrebbe dovuto o potuto. I tempi sono maturi. Ciò significa che siamo tutti pronti a venderci o ad essere venduti. O nella peggiore delle ipotesi a cascare dal ramo disfacendoci al suolo.