PENSIERI IN LIBERTA’: RINUNCIARE AL VOTO O VOTARE IL MENO PEGGIO?
Per triste che possa sembrare il voto non rappresenta più lo strumento in mano all’elettore per condizionare e circoscrivere il potere politico

Se dovessi su due piedi stilare un giudizio di valutazione in merito alla soglia utopica del cittadino medio lametino, trarrei la seguente prognosi: palude stagnante. Ma quali sono le cause circostanziali che fanno retrocedere le lancette fino ai tempi che precedevano la bonifica fascista?
Certo la politica comunale (o meglio commissariale) degli ultimi decenni non ha molto incoraggiato il nostro metabolismo. Parecchio adipe disfattista abbiamo accumulato attorno ai lombi. Tutto rimane sullo stomaco con la solennità di una peperonata crepuscolare.
In mala tempora si invoca come ultima risorsa la “cittadinanza attiva”, che molti intendono nel senso riduttivo di immolare di tasca propria una risma di fogli A4 alla imbarazzante carenza degli uffici amministrativi per potersi almeno permettere la stampa dei propri scartafacci di privato utente, o di andare addirittura ad arpionare, con la stecca di un vecchio ombrello – rifiuti plastici  in qualche magica pineta delle nostre coste.
Da qualche tempo, attraverso l’abracadabra della “cittadinanza attiva”, si presume costituisca obbligo morale di ciascuno ottemperare alla pochezza di una classe dirigente che continua ad assediare legittimamente scranni sfoggiando accorata sul sottopancia un “si fa quel che si può” che potremmo offrire tutti quanti ad ufo, ma che nel suo caso paghiamo salatissimamente. E davvero il politico è l’unico animale che esige un adeguato corrispettivo all’offerta della sua impotenza.
Tutti danno ormai per scontato che la prima lezione civica debba essere impartita alla cittadinanza. Chi ha mai pensato che sia invece la cittadinanza a poterla e doverla impartire alla classe politica? Ma tutto ciò costituirà sempre un’aporia fin quando non si sterzerà dalla solita carreggiata del vile realismo politico-popolare alla Fernandel, quella che passa sempre sotto pergolati di ricca uva e di magnifici capocolli, dove con uva e capocolli si intendono oggigiorno ben altre prebende.
Chi sono gli elettori rimasti e perché votano? È questa la domanda che da anni mi tormenta. Risulta a chiare note evi-dente che un disoccupato voterà per il suo lavoro e un cacciatore per l’anticipo della stagione di caccia. Più che una mappa concettuale è una mappa delle necessità l’unica che potrebbe illustrare con le debite limitazioni del caso il nostro variegato composto elettorale. Ma l’uomo secondo le note categorie deleuziane si è dissolto in una pappa molecolare sempre meno governabile da una precisa direttiva edonistica.
Così i diversi e multiformi appetiti generali sono meglio intercettati dagli dei del commercio piuttosto che da quelli della politica che indulgono ormai esclusivamente nell’appagamento settoriale di pochi prossimi e collaterali. Per triste che possa sembrare, il voto non rappresenta più l’arma fedele in mano agli elettori, il lucido strumento di ricatto e di rivalsa che seppure maldestramente impugnato aveva il potere di circoscrivere uno spazio veramente politico. L’ascia di guerra è seppellita da tempo, ma senza nessuna prospettiva di pace. I tempi richiedono ben altre prove di consistenza democratica da quando i duelli all’arma bianca non sono più consentiti nelle cabine elettorali.
Quanto all’elettore ed alla sua responsabilità di impianto civico e morale, sono a questo punto portato a confessare di preferire quello ignavo a quello stoltamente interessato. La rinuncia a un certo grado di consapevolezza è anch’essa una risposta se è vero che tutto fa politica: una risposta ancora più eloquente di quella di chi esorta ancora a votare il “meno peggio”.