IN NOME DELLA SALUTE LO STATO CI MASSACRA
Tutto ciò che non ammette contraddizione è, comunque e sempre, un regime

Chi si ritrova a scrivere in tempo di pieno regime sanitario trattando l’inflazionatissimo assunto Covid, è un po’ come il profano che si trovi davanti alla pietra d’inciampo o di paragone delle sacre scritture: o si limita ad esercitare una pedissequa e tautologica esegesi del testo, annacquando una derrata che resta perlopiù immutabile e immutata, o assume al contrario lo stigma dell’apostata tagliando di netto con ogni enunciato apodittico, ed esponendosi all’inevitabile e puntuale fuoco dei pretoriani.
O l’una o l’altra scelta. Il sistema attuale provvede ampiamente a che si eluda ogni possibile via di mezzo. O con noi o contro di noi. Così non c’è altra via che negazionismo o fedeltà ai bollettini sanitari. Non è da oggi che le dicotomie funzionano come una trappola a scatto. All’uovo in cima alla picca non rimane che scivolare da un lato o dall’altro: ogni equilibrio, o sospensione di giudizio (che i nostri professori nominavano elegantemente epochè) gli è assolutamente precluso.
A garantire dell’idiozia del negazionismo vi stanno, circolanti in rete, numerosi video di repertorio i cui protagonisti, scelti con somma cura dall’apparato giornalistico, appaiono ora come cafoni fascistoidi, pronti a replicare all’occorrenza un “Piazzale Loreto”, tutti biechi rimasugli di un complottismo ridotto ormai a una macchietta, ora come megafoni di una saggezza becera di marca salviniana. Risulta sommamente difficile a chi abbia assistito a sortite memorabili quali: sei un servo del sistema, o: farai la fine di Galeazzo Ciano, nei confronti di un diavolo di giornalista che dal canto suo avrà anche “infuocato la posta in gioco”, parafrasando un detto nostrano; risulta, dicevo, difficile in tal frangente riconoscersi in quest’orda che i filtri mediatici propongono come disumana, e così non resta che migrare verso la Scïenza (con tanto di maiuscola e dieresi). Il gioco è semplice e a prova di analfabetismo funzionale.
È ormai inutile porsi domande retoriche su contagi, mortalità, “diversamente sani” ecc. La vera domanda da porsi nell’avvenire, e su cui si fatica oggi ad avere una risposta, è se il presente stato di cose, decisamente dittatoriale piuttosto che democratico, non possa reiterarsi in circostanze virulente assai più blande; se il potere mediatico che, come affermava correttamente Derrida, non informa sui fatti, ma informa i fatti (cioè non riferisce una realtà esterna ad esso già esistente ed immutabile, ma dà addirittura la forma a suo consumo) nella sua unione incestuosa con la governamentalità scientifico-politica non possa da un filo di bava erigere una ragnatela d’acciaio. I numeri per questa deprecabile circostanza ci sono tutti, da molti decenni. Dalle finestre di Netflix e da quelle di Overton, passano ormai gli spifferi di un mutamento sociale senza precedenti. Il nuovo ordine stringe nel pugno la statistica e la provetta. Non lo scordi colui che presume che affiancare ”oscurantismo” e “scientifico” rappresenti una contraddizione in termini.