LA SCUOLA MERIDIONALE PENALIZZATA DALLE DIFFERENZE ESISTENTI NEL PAESE
E’ un errore considerarla fuori dal contesto complessivo della realtà circostante. L’anno scolastico si è concluso con risultati insoddisfacenti nella didattica.

La scuola riprende la sua attività dopo un anno concluso come si è potuto a causa della pandemia, con collegamenti video a distanza tra alunni e docenti e, alla fine, con risultati insoddisfacenti nella didattica. Come forse era prevedibile i voti, anche quelli della maturità, sono stati mediamente più alti soprattutto al Sud.
Da molti anni i governi che si sono succeduti hanno trascurato di investire nella scuola nel silenzio di consistenti parti della società civile, convinte che ciò che conta per trovare lavoro sono le amicizie clientelari o la possibilità di inserirsi presto nel mondo del lavoro senza perdere tempo nello studio.
Ma la scelta dell’inserimento nel mondo del lavoro dopo il conseguimento del diploma di secondaria non è facilmente praticabile in un quadro di recessione economica che dura ormai dal 2008, soprattutto al Sud, penalizzato dalla chiusura dei grandi impianti industriali risalenti al periodo della crescita economica e dalla carenza di infrastrutture nei trasporti.
La delocalizzazione degli impianti in Paesi dove è più basso il costo del lavoro, o le maggiori spese necessarie per adeguare gli impianti esistenti alla normativa antinquinamento hanno scoraggiato un’imprenditoria nazionale non più abituata a innovare e a rischiare.
Dopo anni di promesse miracolose e di piani di rilancio economico privi di concretezza, penso che solo i numeri delle statistiche possano essere un indicatore attendibile per un giudizio sereno. E i numeri ci dicono che negli ultimi dieci anni il reddito medio delle regioni meridionali è sempre stato in diminuzione fino a circa due terzi del reddito medio delle regioni più ricche del nord, che la disoccupazione al Sud è molto più alta, che i giovani fanno fatica a trovare lavoro.
Dai recenti dati ISTAT risulta che al Sud poco più della metà degli adulti ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore e nemmeno uno su sei ha raggiunto un titolo terziario.
Per la scuola secondaria di I grado, il Mezzogiorno registra una percentuale di abbandono complessivo medio dello 0,84%, mentre per la scuola secondaria di II grado, il Sud raggiunge la percentuale di abbandono complessivo più elevata, pari al 4,7% per le regioni insulari e al 3,9% per quelle del Sud, con Sardegna, Sicilia e Campania al 5,3%, 4,5% e 4,4%.
Il fatto è che per far proseguire gli studi dei figli è necessario un reddito adeguato e proporzionale alle scelte universitarie che una famiglia si può permettere. In verità anche al Sud la scuola pubblica riesce a preparare bene una buona percentuale di alunni che prosegue poi con gli studi universitari, ma molti laureati non riescono ad essere assorbiti in una realtà economica poco dinamica come quella meridionale.
Considerare la scuola del Sud fuori dal contesto complessivo della realtà economica e sociale circostante è un grave errore. Pesano sul rendimento le carenti infrastrutture edilizie, i disagi degli spostamenti in una realtà geograficamente difficile, con prevalenza in Basilicata e Calabria di una miriade di piccoli borghi in località di collina e montagna; la mancanza di collegamenti ferroviari e stradali adeguati.
La decantata scuola a distanza grazie a internet, se è stata necessaria nel periodo di lockdown, non ha sempre funzionato per le insufficienze della rete internet in molte piccole località, per la mancanza di computer e tablet in famiglie con scarso reddito, per l’impreparazione alla didattica a distanza di molti docenti soprattutto anziani.
La mia esperienza mi fa anche aggiungere che l’aggregazione di ragazzi di pari età è fondamentale per una crescita equilibrata sul piano fisico e psichico e che l’empatia da vicinanza tra docente e alunni è indispensabile.
E’ opportuno evidenziare che la Comunità Europea nel suo complesso ha indicato la strada giusta per uscire dalla crisi economica e sociale prodotta dal Covid-19 e ha messo in campo risorse finanziarie adeguate, indicando anche obiettivi e regole da rispettare per l’utilizzo dei fondi. Circa duecento miliardi di euro per l’Italia costituiscono l’opportunità per il nostro Paese di fare crescere l’occupazione, di favorire la crescita demografica e lo sviluppo sostenibile, di abbattere l’abbandono scolastico e far crescere fino alla media europea il numero di diplomati e laureati.
Tutto ciò, e la Commissione e il Commissario Gentiloni l’hanno detto chiaramente, passa anche per la riduzione del divario territoriale nel reddito nelle varie regioni dell’Europa e in particolare dell’Italia, per la creazione e l’adeguamento di infrastrutture come ferrovie, strade, porti, aeroporti al Sud, per il potenziamento della sanità pubblica e della scuola nelle regioni meridionali, che da almeno dieci anni perdono sussidi pubblici per sessanta e più miliardi di euro all’anno a favore delle regioni più ricche.
La tanto citata Costituzione italiana parla di uguaglianza di diritti e di opportunità per tutti i cittadini italiani. Ricordiamocene non solo quando siamo chiamati a pagare le tasse e a fare sacrifici necessari, ma anche quando palesi ingiustizie favoriscono una parte del Paese a danno di altre, danneggiando alla fine tutti. Se il mercato del Sud consuma sempre meno anche le industrie del Nord venderanno meno in quello che è il naturale sbocco dei loro prodotti. Se gli egoismi regionali non verranno meno l’Italia, per la quale hanno combattuto e sono morti italiani di tutte le regioni nelle tante guerre combattute nel Risorgimento e dopo l’Unità, diventerà uno Stato ininfluente nell’Europa e nel mondo.