{"id":2299,"date":"2018-01-20T10:03:48","date_gmt":"2018-01-20T09:03:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lameziaterzomillennio.it\/wordpress\/?p=2299"},"modified":"2018-01-20T10:03:48","modified_gmt":"2018-01-20T09:03:48","slug":"imperversa-la-colonizzazione-idiomatica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lameziaterzomillennio.it\/?p=2299","title":{"rendered":"Imperversa la colonizzazione idiomatica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-2301\" src=\"https:\/\/www.lameziaterzomillennio.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/dover-1024x275.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"275\" \/>Sar\u00e0 un dato superfluo o arrabattato, ma ogni qualvolta si tratta di cultura la Calabria si muove sempre sul filo di un traliccio. Da un lato, argilloso comparto di neghittosi e irriducibili \u201ctamarri\u201d capripedi, il cui sbadiglio, per dirla alla Baudelaire, ingoierebbe il mondo intero; dall\u2019altro focolaio per antonomasia di quel fenomeno migratorio, principalmente giovanile, che una statistica chirurgica e smaccatamente metonimica ha pensato bene di battezzare simpaticamente fuga dei cervelli (avrei preferito fuga degli stomaci, ma in tempi di <em>influencer<\/em> e <em>bitcoin<\/em>\u00a0 le accuse di basso materialismo minacciano tuttavia). E come se tutto ci\u00f2 fosse da poco l\u2019eterna funambola \u00e8 ora andata a tuffarsi a pi\u00e8 pari dentro una scodella di zuppa inglese lordandosi da capo a sotto di appiccicume giallognolo.<br \/>\nQuesto solo per dire che anche nella \u201cmasticazione\u201d o meglio nella \u201cruminatio\u201d della lingua di Albione abbiamo ricevuto la nostra brava nota di demerito. A consegnarla i soliti statisti. L\u2019argomento, se ci\u00f2 abbia fatto specie o meno ai consegnatari, aprirebbe un altro capitolo statistico: mi basta la certezza di essermi defilato personalmente dalla schiera di chi si \u00e8 accasciato in preda al sacro orrore. Le ragioni le ho tutte alla mano.<br \/>\nQuella che negli anni novanta era la \u201clingua del domani\u201d, (un occhiuto surplus), ed alla quale dovevano essere consegnate le chiavi delle nostre visioni prospettiche e metaprospettiche: economie e sviluppi ragionati in inglese (lingua di chi non ha n\u00e8 esitazioni n\u00e8 tempo da perdere), magnifiche sorti e progressive, apparati interculturali e globalizzazioni, tutte cose che gi\u00e0 da allora trasudavano presagi sinistri, oggi <em>che l\u2019avvenire \u00e8 ormai quasi passato <\/em>come cantava Tenco, si \u00e8 rivelata senz\u2019altro un aberrante mezzo di colonizzazione idiomatica.<br \/>\nA tutt\u2019oggi, mentre suona bislacca la conoscenza aprioristica di una lingua particolare come battistrada a uno sviluppo di cui si ignora la ragione e il senso, alcuni, bilingui e bifidi, propugnano instancabilmente l\u2019imperio di un idioma scelto da loro stessi per essere mezzano di sordide manovre, e per incarnare magnificamente gli ideali della globalizzazione, ossia \u201c<em>il nome pudico e morbido con cui ormai la manipolazione organizzata e l\u2019industria della coscienza ci ha abituato a qualificare il monopolio della violenza organizzata su scala capitalistica<\/em>\u201d. \u00e9 quanto sostengono i pensatori come Diego Fusaro, giovane e solido detrattore dell\u2019 \u201c<em>inglese operazionale dei mercati, dello spread e del nasdaq\u201d. <\/em>E pi\u00f9 avanti, sempre nello stesso articolo, coglie il paradosso dell\u2019odierna societ\u00e0 globale: \u201c<em>Essa coarta i popoli e le culture ad adattarsi all\u2019unico profilo omologato del consumatore, e ad assumere la dimensione della produzione e dello scambio come orizzonte unico&#8230; E nell\u2019atto stesso con cui compie questa esiziale omologazione planetaria, costringendo i popoli e le culture a conformarsi a un unico modello, tesse senza tregua le lodi del pluralismo e del relativismo, del molteplice e del frammentario<\/em>\u201d.<br \/>\nPer tornare al caso nostro, si parva licet, la causa di questo \u201cfrego\u201d ostinato potrebbe essere tracciata nella preconscia, animale rivolta ad un diktat, a uno strumento che non percepiamo n\u00e8 come utile n\u00e8 come necessario. La conoscenza o la propulsione ad essa non nasce che dalla necessit\u00e0, sola maestra, e dalla sua applicazione in campo. <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-2302\" src=\"https:\/\/www.lameziaterzomillennio.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/le-scogliere-di-Dover.jpg\" alt=\"\" width=\"259\" height=\"194\" \/>La coazione al sapere, alla conoscenza, ha sempre radici inconsce. Si filosofeggi o si edifichi materialmente, il riscontro volgare o sublimato sar\u00e0 sempre l\u2019esca di un premio. In termini strettamente terreni, e non ontologici, a che grado \u00e8 situata la nostra necessit\u00e0 del multilinguismo, signori statisti, quando in un territorio in cui la disoccupazione \u00e8 inviscerata nella facolt\u00e0 di giudizio le conversazioni pi\u00f9 esotiche che intavoliamo sono quelle fatte in un caff\u00e8 fuorimano?<br \/>\nNelle nostre relazioni strette all\u2019osso e nei nostri frugali maneggi di natura in gran parte domestica, (ancora: e fino a quando?) il vernacolo continua ad essere la lingua pi\u00f9 congeniale. Confondo il vanto delle nuove generazioni bilingui (italiano-inglese) pensando che anche le vecchie erano tali (italiano-vernacolo), e il vernacolo \u00e8 la lingua lenta e salubre di chi resta veramente sulle cose, imparandole a conoscere col loro nome e assaporandone il midollo. Recentemente anche l\u2019attuale pontefice si \u00e8 ritrovato suppergi\u00f9 nello stesso concetto.<br \/>\nL\u2019idea speciosa quanto assurda, nutrita spesso dai propri complessi esterofili, che nel \u201cfuori\u201d sia sempre il migliore, vada pure in esilio assieme ai suoi fautori. E poi da un po\u2019 di tempo a questa parte fatico a lottare con la sempre pi\u00f9 pressante idea che a un certo grado di saturazione la retrivit\u00e0 faccia le veci di avanguardia: la mancanza di duttilit\u00e0, checch\u00e9 ne dicano, ha anch\u2019essa il suo punto di aristocrazia.<br \/>\nPer quel che ci riguarda, noi sudisti, abbiamo nutrito per secoli un sospetto legittimo e pi\u00f9 che umano verso il male che viene dal mare, verso ci\u00f2 che penetra invadendo dall\u2019esterno, e mentre si vuole che le nazioni, l\u2019una dietro l\u2019altra, vadano a soccombere in quanto a sostanza identitaria, noi manteniamo intatto il nostro spirito di conservazione, quello che forse ci salver\u00e0 continuando a gridare: \u201cMamma li Turchi\u201d, dalla vertigine dei suoi bastioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sar\u00e0 un dato superfluo o arrabattato, ma ogni qualvolta si tratta di cultura la Calabria si muove sempre sul filo di un traliccio. 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