
Scegliere un tema è come ritagliare una porzione di realtà, delimitare un campo del sapere e distinguerlo dalla totalità delle cose per conoscerlo.
Nell’immaginario del mondo occidentale questo concetto è stato sempre presente: nel primo libro della Bibbia, il Genesi, si racconta che Dio creò il mondo e assegnò all’uomo una vita serena nel Paradiso Terrestre ordinandogli solo di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza. Ma il Diavolo tentò Eva e Adamo, i primi uomini, inducendoli ad assaggiare il frutto proibito. Solo allora i due si accorsero di essere nudi e se ne vergognarono; e solo allora uscirono dalla condizione di natura ed entrarono nella condizione di cultura. La cultura nasce dalla definizione del reale, dalla distinzione del bene e del male, dai tanti totem e dai tabù che regolano la vita sociale, come dice Freud in un suo famoso libro. Gli animali infatti non hanno bisogno di morale e di conoscenza.
E’ interessante notare che la parola Diavolo deriva etimologicamente dal greco dia-bàllo, separo, divido, contrapposto a sun-bàllo, unisco. La cultura insomma è intrinsecamente diabolica, è l’uscita dell’umanità dal simbolico, da quel vivere secondo natura che è la condizione di tutti gli altri esseri viventi, che si adattano alla Natura secondo le leggi di Darwin o, per altri, secondo le leggi di Dio.
Una caratteristica della cultura di Roma antica è la sua capacità di assimilare le conoscenze di altri popoli. Pensando a Roma ricordiamo il Colosseo, gli archi di trionfo dei fori imperiali, i ponti e gli acquedotti costruiti nelle tante province dell’impero, le meravigliose terme.
Ma l’arco è un’invenzione degli etruschi, come anche l’alfabeto latino è di origine greco-etrusca; la cultura romana è inclusiva. Venuta a contatto più direttamente col mondo greco dopo la guerra contro Pirro, Roma formò le nuove classi dirigenti con la letteratura e la filosofia greca, e la prima opera della letteratura latina è la traduzione in versi saturnii dell’Odissea per merito di un liberto greco di Taranto: Livio Andronico.
Un’altra caratteristica della cultura latina è che, a differenza dei greci che si sentirono sempre liberi cittadini delle poleise per i quali i barbari erano coloro che non parlavano greco, i Romani considerarono barbari tutti coloro che non erano soggetti alle leggi di Roma, indipendentemente dalla lingua parlata, dalla religione e dalle tradizioni della propria regione.
L’idea di confine è così connaturata alla cultura romana che è già presente nei miti più antichi: Romolo traccia il solco di fondazione della città che ne delimita il confine e uccide il fratello che l’attraversa non rispettando il divieto di superarlo. La legge dello Stato è per i Romani superiore ai legami di sangue.
Orazio Coclite difende il confine sul ponte Sublicio, trattenendo i nemici mentre i compagni tagliano il ponte, e così salva la patria. Tutte le guerre di Roma, anche nei secoli successivi, sono giustificate dalla necessità di difendere i confini dello Stato.
Ma i confini per la mentalità romana non sono solo geografici: ci sono confini o limiti anche nella sfera sociale. “Est modus in rebus: certi sunt fines denique ultra citraque nequit consistere rectum”, dice Orazio nella prima satira.
E’ un invito a rimanere entro i limiti imposti dal reale, dalle leggi dello stato, dalla morale accettata.
Anche la lingua latina si adegua all’oggettività delle cose:
“Rem tene verba sequentur”,sentenzia Catone il Censore (III-II sec. a.C.), “Padroneggia l’argomento, le parole verranno di conseguenza”.
In latino non importa l’ordine delle parole: magister laudat discipulum odiscipulum laudat magister il significato non cambia; l’uso dei casi impedisce la confusione. La lingua simula l’ordine intrinseco della realtà.
Laconsecutio temporum el’ablativo assoluto, due costruzioni sintattiche complesse, tendono a rappresentare linguisticamente un altro principio della cultura romana, l’idea che anche il tempo ha lesue leggi stringenti: ciò che è accaduto è irreversibilmente accaduto, non si può tornare indietro, alea iacta est.
L’ablativo assoluto esprime in forma ipotattica il succedersi di azioni che trovano poi una conclusione obbligata nell’azione espressa dalla proposizione reggente.
Con logica altrettanto stringente la consecutiotemporum regola i complessi rapporti di tempo tra le proposizioni reggenti e le secondarie al congiuntivo o all’infinito.
Se la cultura latina tende a strutturare e governare la realtà naturale e sociale attraverso la tecnica e le leggi dello stato, la cultura greca preferisce alla concretezza l’astratto, cercando l’origine prima del reale: l’arché.

L’idea di un principio unitario di tutte le cose è presente già nei poemi di Omero e di Esiodo con cui inizia la letteratura greca, ma si rivela poi chiaramente nel pensiero dei primi filosofi.
Il primo filosofo moderno, Platone, trova nel mondo celeste delle idee i modelli immutabili e perfetti delle mutevoli cose terrene.
Egli concepisce così un sistema di definizioni del reale che consente agli uomini di culture diverse una conoscenza oggettiva, che prescinde dalle credenze mitiche e dalle tradizioni di ogni popolo: il logos, la ragione,è comune ugualmente a tutti gli uomini.
Aristotele, discepolo di Platone, trova i fondamenti della logica del discorso nei principi di identità e non contraddizione, A=A e A҂B: principi che ancor oggi governano il pensiero scientifico.
Nei primi secoli della nostra era, il cristianesimo accoglie il pensiero greco con Agostino e poi con Tommaso, interpretando i classici pagani alla luce dell’idea cristiana di salvezza dell’anima grazie al sacrificio di Gesù. Il Cristianesimo aggiunge così alla virtù pagana della moderazione, in medio stat virtus, le virtù cristiane di fede, speranza e carità.
Dalla fusione culturale del mondo classico e di quello cristiano deriva anche l’ossessione della téchne propria di noi moderni. Come nella Bibbia anche per gli antichi greci un atto di presunzione, la hybrisdei protagonisti della tragedia greca, ha determinato la fine dell’Età dell’oro e la perdita dell’Eden.
Nel dialogo Protagora, Platone ne dà una chiara rappresentazione nel mito di Prometeo, che rubò a Efesto ed Atena il fuoco e la perizia tecnica per aiutare gli uomini che erano rimasti, tra tutti gli esseri viventi, privi dei mezzi necessari alla sopravvivenza.
Sia la cultura greco-latina sia la cultura giudaico-cristiana postulano che la perdita del Paradiso originario sia dipesa da un atto di ribellione alla divinità e dall’allontanamento dall’ordine naturale, e che solo il lavoro e la tecnica possano in qualche modo consentire all’uomo di sopravvivere manipolando la Natura.
Che questa manipolazione sia all’origine degli squilibri ambientali è oggi evidente a tutti, ma già Eschilo nel Prometeo incatenatoaccennava alle drammatiche conseguenze di ciò, anticipando la caduta di Zeus (la morte di Dio di Nietzsche) e lo sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose, nell’illusione – le cieche speranze che Prometeo aveva dato agli uomini – di poter sfuggire o almeno allontanare con la téchneil destino di dolore e morte che attende tutti gli uomini.
ll pensiero greco pone già dall’inizio della cultura occidentale gli interrogativi che noi oggi ci poniamo sull’equilibrio ecologico e sulla possibilità di manipolare geneticamente l’umanità.
Viviamo nel mondo dell’elettronica e della comunicazione globale, eppure anche oggi se vogliamo capire il mondo dobbiamo ricordare che i gigabytes che costituiscono la memoria dei computere consentono al software di funzionare, sono basati su un codice binario.
Negativo/positivo – spento/acceso – zero/uno: il bit alla base della logica dei computer è ancora fondato sulla logica classica dei greci e dei romani.Imparare a conoscere le nostre radici, studiando la lingua e la cultura classica, significa quindi per i giovani acquisire le strutture di pensiero che governano ilnostro mondo attuale, per poterlo comprendere meglio e riuscire a inserirsi in una realtà in rapida trasformazione.
(da un intervento per la Giornata Nazionale dei Licei presso il Liceo F. Fiorentino di L.T.)