Certo è una tristissima inclinazione quella di succhiarsi come un uovo crudo ogni primizia squadernata dalle varie piattaforme: tristissima e suscettibile di salmonellosi; è anch’essa una tristissima abitudine quella di rifiutare la moneta buona per timore di incappare in quella falsa; ma ancora più perniciosa è l’abitudine di credere che la realtà non abbia uno spessore superiore a quello di una mano di vernice, e continuare a nutrire la sorda pretesa che tutto sia bidimensionale e lampante.
La storia, e non parlo soltanto di quella artistica e letteraria, ci ha insegnato fino allo spasimo a scansare la trappola dei vari -ismi che la costellano, e che hanno lo scopo di inquadrare e celare nel contempo la verità: due pessime pratiche.
Verbigrazia, l’accusa di prestare fede a complottismo è oggi lo spauracchio del pensatore, che scorgendo alla lontana la china scivolosa e banale in cui è giocoforza condotto, si ritrova sovente a desistere dai suoi ragionamenti.
È piuttosto strano, ma il secolo della ragione si è rifugiato su un piano orizzontale e liscio che non tollera rovesci o paradossi. Anche la lanterna di Diogene non proietta ormai sulla parete che ombre di demoni e mostri. Un certo tipo di ragione eversiva è considerata alla stregua di superstizione o di credulità.
Ma a ben vedere la cosa non è poi così occulta e degna di morbose fantasie. Quando parlo di congiure e dietrologie finanziario-europeiste – cosa che da qualche tempo, e mi pare ben chiaro, mi piglia per l’ugola – amo citare l’esempio del baccalà innamorato.
Baccalà in apparenza e come vuole quella sua paraclita faccia da schiaffi: ma sotto il cortice di sospirosa idiozia, quali meccanismi complessi e irretimenti psicologici non avrà approntato per far valere le sue ragioni sentimentali, quali studi di pressoché scacchistico tenore non porrà in atto per circuire da lontano la sua amata, per condurla con pazienza estenuante e sagacia, passo dopo passo, a scivolare nell’imbuto del suo desiderio?
Possiamo forse affermare che il nostro bravo baccalà sia artefice di un complotto ai dannidella suddetta amata? Certo sarebbe stolto credere che questo perfezionatissimo arsenale sia tutto farina del suo sacco. Almeno il 70% della tecnica la si deve a quel preconscio istinto da faina che governa la specie animale come quella umana.
Per rapportare il caso testè descritto alle dinamiche finanziarie senza per questo scivolare inopinatamente nel pozzo nero di qualche presunto complottismo di bassa lega, basta sostituire l’amata con un bel cumulo di moneta-debito, e il baccalà con una cricca di amici banchieri, politici e filosofi ben più saggi di noi in materia borsistica e finanziaria ma a tutto indifferenti fuorchè al lucro, e tutti coesi nel mutuo e lodevole fine dimettercelo a sbafo e il più possibile in quel posto.
Tutto qui. Si dice che la zona più buia sia sotto la lampada, e il mistero della lettera scomparsa nell’omonimo racconto di Poe consisteva nel fatto che la missiva era sempre stata ben in vista.
La vera ingenuità consiste oggi nella venerazione della complicanza, nella volontà di spacciare come ambagi ed oscuri marchingegni ciò che è fin troppo palese. Chi vuole ancora credere alla storiella vecchia come il cucco che la finanza sia altro da un mero strumento di redistribuzione monetaria, volutamente fatto e complicato all’eccesso nel proposito di rendere apparentemente legittime le sue sperequate ripartizioni monetarie?
Chi vuole ancora credere che i mercati, di concerto con le banche non siano degli indefessi e non mai fessi fabbricatori di moneta fantasma che la più parte della popolazione dovrà incarnare, ipostatizzare e giustificare col suo sangue, in un generale salasso che si traduce in inflazione e austerità?
Il gioco articolato di tale sistema perverso rassomiglia in maniera inequivocabile al labirinto greco descritto da Deleuze nella sua Logica del senso: costruzione assai complessa e tortuosa ma costituita da un unico percorso. Vi si entra perplessi e dopo vertiginose convulsioni si trova certamente l’uscita.
O se vogliamo lo possiamo comparare semplicemente al nostro intestino, apparentemente inesplicabile e lungo diversi metri, eppure il cibo sa trovarne con cieca sicurezza l’entrata e infine l’uscita. Non è affatto necessario comprendere i misteri degli amminoacidi e dei disaccaridi quando è chiaro a tutti dove un apparato digerente voglia andare a parare.