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LAMEZIA TERME UNA CITTÀ RISUCCHIATA DAL VUOTO POLITICO
 Assente una classe dirigente autopropulsiva in grado di promuovere il territorio con interventi strategici.  Amministrare la cosa pubblica non consente pause di “studio” ma azioni immediate.

Scrivo queste brevi considerazioni con estrema prudenza e serietà e soprattutto con rispetto verso le istituzioni. Lo farò, avendo avuto in passato ruoli di amministratrice militando attivamente nel Partito Democratico ed evidenziando anche le responsabilità della mia parte politica – il centrosinistra – perché si amministra in continuità e nessuno politico dovrebbe governare utilizzando la tecnica dello scarica barile.
L’età matura mi consente oggi di fare una lettura non pretestuosa o strumentale, ma autenticamente reale ed oggettiva.
Partendo dal rinnovo dell’ultimo Consiglio Comunale, si registra subito una scelta di continuità da parte dei cittadini. Infatti, alle ultime elezioni amministrative gli elettori hanno riconsegnano la città a una maggioranza di centrodestra, rieleggendo diversi rappresentanti già presenti nelle precedenti amministrazioni a guida Mascaro. Questo elemento, lo voglio sottolineare, perché è sintomatico di un cambiamento radicale del modo di fare politica, con l’emergere di nuovi modelli di “apprendisti” politici. I moderni consiglieri comunali e sindaci infatti appaiono avere una particolare familiarità con i moderni mezzi di comunicazione, i c.d. social network, fino al punto di apparire più degli “influencer” che dei veri e propri politici.
Ora, la differenza con il passato non è di poco conto, anzi a mio modesto parere è netta e difficilmente modificabile. Un tempo, infatti, la politica rappresentava la sottile arte della persuasione che con argomentazioni complesse proiettava una visione di progresso, vale a dire un miglioramento delle qualità della vita, mentre oggi i toni del dibattito politico sono ridotti a brevi video sui social e “tweet” (cinguettii) dove i politici contemporanei fingono di mostrarsi alla pari con gli altri cittadini utilizzando spesso toni offensivi della controparte e un linguaggio sempre più marcatamente aggressivo e violento.
È facile capire come in un tale scenario, avvalorato spesso dalla complicità dei politici di rango nazionale e con ruoli che imporrebbero un livello più elevato, il dibattito politico sia precipitato rovinosamente verso il basso riducendo il confronto a mere schermaglie, invitando i cittadini piuttosto che a ragionare sui contenuti a schierarsi come tifosi da una parte o dall’altra.
In questa cornice si inquadra l’odierna amministrazione Murone,  avvocato prestato alla politica come il suo predecessore.
La distinzione fondamentale è a mio avviso tra fare il sindaco ed essere il sindaco. Ebbene chicchessia può fare il sindaco, mentre solo un soggetto competente, formato e politicamente attrezzato può essere un sindaco. Da questa differenza fondamentale deriva la necessaria attenzione nell’ individuare la figura del sindaco.
A questo proposito, sembra che oggi – lo dico provocatoriamente – sia quasi riaffermata la possibilità di affidare l’amministrazione della cosa pubblica all’Uomo qualunque, proprio facendo riferimento a qual movimento/partito politico fondato da Guglielmo Giannini che nel dopoguerra sosteneva che lo Stato può essere governato anche da un “ragioniere”. Per non parlare della “cuoca” che Lenin abilitava alla guida del governo di una Nazione in contrapposizione all’antico regime.
Oggi c’è, invece, l’urgenza di una classe dirigente qualificata ed autorevole: la sola in grado di poter fare uscire il territorio dall’attuale stato di crisi (per questa ragione il centrosinistra aveva puntato su Doris Lo Moro, la sola che in quel momento avrebbe potuto garantire qualità ed esperienza).
Amministrare la cosa pubblica non consente pause di “studio” ma azioni immediate. Lamezia non può fare “cassa” attendendo come nel passato le provvidenze della Cassa del Mezzogiorno (aeroporto e infrastrutture industriali) o direttamente dallo Stato (ferrovia e autostrada). Per questo l’immobilismo dell’attuale amministrazione è preoccupante e, peraltro, senza obiettivi per il bene comune.
È paradossale, per esempio, che venga attribuita ad una delibera di semplice riperimetrazione del centro abitato una valenza strategica: un atto che rappresenta la povertà di idee e l’assenza di “visioni”. Così come appare grave – a mio giudizio – la polverizzazione sul territorio della comunità rom (che è ancora tale) attraverso la scelta della localizzazione da parte dei privati cittadini, con una spesa gigantesca a discapito dell’intera comunità, la cui condizione di povertà (in termini economici e di servizi) appare esclusa dall’agenda politica del governo regionale e comunale.
Lo stato di criticità attuale pretende una classe dirigente autopropulsiva in grado di promuovere  il territorio con interventi strategici e non con un elenco di opere pubbliche che (nella dubbia utilità) comportano soprattutto spese di gestione e allontanano qualsiasi ipotesi di rigenerazione territoriale e sociale.
Comprendo che lo scenario politico attuale non è incoraggiante, ma penso che ogni uomo di buona volontà non possa e non debba sottrarsi dall’agone politico cercando di formarsi un pensiero critico ed autonomo altrimenti il rischio sarà quello di scivolare sempre più in basso ogni qualvolta si presenta ai cittadini la possibilità di scegliere la propria classe dirigente.