La nostalgia canaglia ti prende proprio quando non vuoi. Non perché sei stato o sei un fan, un vintage o un retrò; magari sei stato solo un osservatore esterno che, per avere navigato in mari procellosi, forse riesci a cogliere le differenze, del modus politicandi, tra l’altro ieri, sofferto e partecipato, e l’oggi, ovvio, scontato e non coinvolgente.
Lamezia, o meglio l’ex Nicastro – ma anche Sambiase e Sant’Eufemia – sono stati sempre se non proprio una roccaforte, almeno un consistente ed agguerrito dominio della sinistra, dove Pci e Psi han sempre fatto registrare apprezzabili risultati in tema di rappresentanza politica parlamentare. Non intendo parlare di contenuti politici, ma di coerenza e programmazione, di pianificazione degli eventi e relative strategie. Che nell’ultimo cinquantennio han sempre dato i loro frutti : Primerano, Scarpino, Fittante, Petronio, Lo Moro e giù , fino all’ultimo consigliere regionale, provinciale o comunale.
Ricordo le città suddivise a scacchiere con , indicate nelle varie zone, le preferenze da esprimere sulla scheda elettorale.
Certo, metodo retrò, ma da qui a non capire un Kaiser sul territorio, ne corre…e tanto da non percepire se, a Lamezia, il Pd esista, se c’è ancora un partito di tal nome e se, sopra tutto, abbia ancora una regia, una struttura di controllo, una strategia da seguire.
Non è che a livello nazionale le cose vadano meglio da quando il predicatore di turno, tra democrazia liquida e light, evangelizza il … va dove ti porta il cuore, vale a dire da chi ti assicura la continuità esistenziale.
Ma nella nostra cittadina, dove ogni cosa assume almeno cinquanta sfumature di grigio o di nero – il rosso è stato cancellato dalla scala cromatica – dove l’apparire è tutto, il Pd è meno di niente. Il suo travaglio interiore, le lotte intestine tra le diverse fazioni hanno radici lontane che, addirittura risalgono al 2007, anno di nascita del nuovo sodalizio politico. Da quel dì, tranne che per qualche sprazzo temporale, il partito è stato sempre commissariato, mentre proconsoli e tribuni han dato vita solo a ridicole commedie in un alternarsi di situazioni ora liete ora tristi.
Allo stato, con l’aiuto, vivaddio, di una confusa segreteria regionale – leggi Magorno – e degli splendidi endorsement del presidente della regione Oliverio, sensibile ad ogni mutar del vento pur di raggiungere le sue personali ambizioni, la confusione regna sovrana, malgrado gli “interventi chiarificatori” e le elucubrazioni cerebrali degli strizzacervelli che orbitano attorno a loro.
E così renziani della prima e dell’ultima cena, intendendo per tali gli “irretiti” della prima ora e gli “ultimi” saliti sul carro del vincitore; gli oliveriani doc ed igt ai quali Renzi non sta simpatico, ma che sopportano in attesa di buoni eventi futuri; i dissidenti della linea politica (?) di Oliverio; gli sturmtruppen della senatrice Doris Lo Moro, passata al Mdp; e, dulcis in fundo, gli “aficionados” della ballerina di Siviglia, Mariolina Tropea, vice presidente del consiglio comunale, che addirittura attualizza, in nome di non so che, ma con la benedizione di padre Mario, nuove ardite formule politiche; senza tralasciare i generali senza truppe ed uno smarrito deputato Barbanti che, probabilmente provenendo dall’ emisfero telematico, non si rende conto che il mondo che lo circonda non si cambia con un clic.
Questo non è solo l’affresco lametino, ma se lo sovrapponi a tutte le realtà regionali, anche cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Oliverio e Magorno, tanto per dare nome e cognome ad una politica improvvisata e contraddittoria, hanno messo alla porta la democrazia ed hanno lasciato la Calabria non dove l’aveva portata Scopelliti, ma sotto quella linea di galleggiamento. Essi sembrano provenire da altro pianeta e, recitando a soggetto, stanno dando la stoccata finale a quel che in Calabria era rimasto del partito democratico.
Questo totale appiattimento – forse sarebbe più giusto parlare di annichilimento – ha portato ormai i dissidenti del partito calabrese allo scoperto; un po’ tardino se si pensa alle elezioni politiche della prossima primavera ed all’ ormai dissestata macchina da guerra che pur tanti “trionfi“ ha fatto registrare in passato.
Non a caso è avvenuto che la gestione Magorno abbia perso quattro capoluoghi su cinque – senza considerare Lamezia – e tre province su cinque. In altri tempi, quando il partito valutava i risultati ciò sarebbe bastato a prendere opportuni provvedimenti.
Inopportuni forse oggi, dal momento che ugual metodo e stile di conduzione impera anche nelle alte sfere governative, dove innegabili insuccessi vengono fatti passare per momenti confusionali populisti.
E così Agazio Loiero, ex presidente regionale, Carlo Guccione, Peppino Vallone, Demetrio Naccari Carlizzi, alla presenza di una folta platea popolata da politici calabresi di grosso spessore e da comuni cittadini, hanno tenuto un convegno in un albergo lametino, nel corso del quale, con pacatezza ed eleganza, Loiero se non ha proprio intonato un “de profundis” ha chiamato il prete al capezzale del malato. “Messi così non c’è possibilità di vincere. Renzi da solo non va da nessuna parte”. Non sono poi mancati gli accenni alla “ democrazia recitativa” in cui pochissimi scelgono per una moltitudine, mentre gli interventi degli altri esponenti politici non hanno risparmiato bordate ad Oliverio, al suo entourage ed alle eterne negatività della regione.
L’incontro lametino, fuor di dubbio, ha innescato un processo inarrestabile e, sopra tutto ha il sapore di una dichiarazione di guerra che non si combatte più in trincea o con messaggi subliminali.
E forse non a caso la scelta del meeting dei dissidenti è caduta su Lamezia Terme, una città nella quale il Pd ha almeno quattro o cinque anime, eternamente in conflitto tra loro, altrettanto eternamente commissariato, dove addirittura la capogruppo del Pd viene eletta vice presidente del consiglio comunale con i voti del centrodestra. C’è tanto sapore di …inciucio. Han voglia gli scriba di turno a dare contenuti e giustificazione politica ad un giocoso melodramma.