Lamezia Terme non è un Eden maledetto, né una città che ha perso l’orientamento per sventura cosmica. È semplicemente una città che ha scelto di non crescere, o meglio: ha scelto di crescere seguente un percorso qualitativamente sbagliato. Si è puntato su interventi visibili nell’immediato, su opere capaci di produrre consenso nel breve periodo, ma senza inserirle in un quadro organico. La spesa pubblica è stata spesso utilizzata per rispondere a esigenze contingenti, non per costruire infrastrutture economiche e sociali durature. Ha costruito solo perché costruire è facile; ha speso solo perché spendere è risolutivo; ha parlato di progresso, perché i discorsi sono l’unica cosa che non si paga. Ma alla fine quello che manca davvero è il senso del futuro — la capacità di pensare al domani quando è oggi che si deve decidere
Il problema di Lamezia Terme non è uno solo, è un intreccio di nodi che si tengono per mano: amministrazioni timide e spesso incapaci; piano regolatore che non legge i bisogni reali; politiche urbane che sembrano scritte da chi non abita in città; servizi pubblici in affanno cronico; burocrazia lenta come un treno merci; una classe imprenditoriale che sa troppo bene come sopravvivere, e troppo poco come innovare. È una città che ha abituato la sua gente ad aspettare, a contare sugli annunci, a rimandare le soluzioni alla prossima giunta, al prossimo assessore, all’anno prossimo.
Non si decolla se non si ha capitale sociale: quel tessuto di relazioni, di fiducia reciproca, di intelligenze che collaborano. A Lamezia, troppo spesso, si è preferito il capitale del consenso — cioè la capacità di accaparrarsi voti, favori, clientele. In una città così, la competenza diventa sospetta, la critica diventa ostilità, la visione diventa pericolo. E allora vincono i palliativi: pali della luce che non illuminano; strade rattoppate alla meglio dopo ogni acquazzone; digitalizzazione ridotta alla stregua di una fantasia che fumeggia nelle promesse elettorali.
Un altro nodo cruciale è la cultura amministrativa: se la politica considera il governo della città come parcheggio di carriere anziché responsabilità di comunità, il risultato è inevitabile. La macchina amministrativa deve correre, ma qui corre su piste di sabbia: regolamenti obsoleti, procedure farraginose, diritti di accesso negati, trasparenza a singhiozzo. I fondi ci sono (e non è detto che manchino all’orizzonte), ma quando arrivano si bloccano nella rete burocratica o si riducono a opere estemporanee, isolate, senza integrazione con un disegno più ampio. Costruire una rotatoria non risolve la congestione se non si ripensa la mobilità; restaurare una piazza non risolve il degrado sociale se non si interviene sulla sicurezza e sui servizi.
E poi c’è il tema più doloroso: la fuga dei giovani. Qui non è l’eccezione, è quasi la regola. Studenti brillanti, ragazzi capaci, talenti in erba non vedono una prospettiva. In città dove il futuro si chiama lavoro, imprenditorialità, innovazione, la risposta diventa spesso: “vado altrove”. È una fuga silenziosa che svuota le strade, ma soprattutto svuota la speranza. Una città senza prospettiva perde la forza di interrogarsi, e tende a ripiegarsi su sé stessa: un circolo vizioso che si autoalimenta.
Non si tratta di un problema di risorse (che pure sono importanti), ma di strategie. Una città che non investe in formazione, che non valorizza il sapere, che non lega l’università al territorio, che non sostiene start-up locali e imprese innovative, è una città che rinuncia a quello che è il vero motore dello sviluppo: l’intelligenza collettiva.
E qui arriviamo all’altro punto dolente: la visione urbana. Lamezia non manca di bellezze — ne ha eccome — ma manca di una narrazione collettiva coerente. Ogni amministrazione sembra partire da zero, come se il progetto precedente fosse un macigno da cancellare piuttosto che un mattone da consolidare. Una città non può essere amministrata come un conto in banca da rimpolpare anno per anno; deve essere diretta come un’orchestra, con strumenti coordinati e una partitura condivisa. Infine, la partecipazione civica: quando la gente si abitua a delegare tutto, la politica si abitua a non ascoltare.