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MA LAMEZIA E’ SOLO TERRA DI CONQUISTA?
SI È ORMAI PEVENUTI ALLA FASE IN CUI SI RENDE NECESSARIO IL GIOCO A CARTE SCOPERTE

Vi sono stati dei tempi in cui il termine “responsabilità”, acquisiva nei comizi la dignità di un prodotto da drogheria neppure troppo speziato, un condimento dilavato da spargere più o meno a caso dalle ridicole solennità dei pulpiti: eppure, qualche sera fa, dalla diretta comiziale tenuta nell’ex Comune di Nicastro dalla candidata Doris Lo Moro, lo stesso termine sembra sia stato finalmente maneggiato con cognizione di causa e soprattutto con esiti di tempestivo effetto.
L’apparenza è che si sia ormai pervenuti a quella fase in cui si rende necessario il gioco a carte scoperte, con tutto il classico repertorio di assi nella manica e fiammate finali, quale conclusione logica di un’accesa campagna elettorale: ma il punto non è questo, non è qui che si risolve un conflitto che perdura da sempre anche a manifesti elettorali scollati.

I lametini lo sanno da sempre, e il discorso dell’altra sera, coi riferimenti quasi archetipici della nostra piccola mitologia comunale, ha avuto il pregio di rimescolare in noi qualcosa di puntuale e doloroso.
La verità è che Doris Lo Moro, innestando il nudo nervo di un lungo discorso già “sentito” ma mai “ascoltato”, è riuscita a ripopolare le cavernose coscienze dei presenti della rassegna arcinota dei nostri reali spettri.

Nessuno, ha detto, che si presenti con gli attributi della novità, – facilitato in ciò dall’essere politicamente inedito, almeno in capo alle liste – può portare sotto la sua lucida casacca le decrepite macchie del passato, le patacche untuose di un fallimentare sistema che non cessa di riproporsi, tenendoci serrati nel suo incantesimo di stanchezza e di rassegnazione.

Lamezia non sfugge al suo prosaico destino di terra di conquista o di nave da arrembaggio e chi si è alternato al suo timone è stato spesso lo zimbello di oscuri poteri, i quali non direttamente nominati sono in compenso facilmente evocabili nella consueta grammatica della politica meridionale: “consorterie”, “comitati d’affari”, concetti tristemente astratti, ma ipostatizzati e caratterizzati nei vari cosplay di “uomini con gli occhiali scuri” a cavallo di lucidi macchinoni e ben avvezzi alla loro parte.

C’è che è difficile mantenere in piedi il proprio ironico cinismo disfattista e gettarla nel folklore quando un discorso inizia a popolarsi di fantasmi, quando la narrazione diviene hauntologia. Il malaffare, la manipolazione elettorale, le alleanze ambigue, i “pizzini” e le coazioni regionali, la tragedia di una politica “da remoto”, sono stati tutti evocati e sottintesi.

All’appello non è proprio mancato niente e nessuno, neppure quegli obliqui figuri nazionali che approdano fra le nostre terre per parlarci di “legalità” col tenore di chi conferisca con una tribù di indigeni disposta in cerchio, barattando infine fucili ed alcool in cambio di preziosi manufatti locali.

Mancano le prove, si dirà, manca la precisa ricostruzione dei fatti, l’individuazione degli attori, l’arma ancora fumante, come se la coscienza fosse un’aula di tribunale e dovesse necessariamente incrociare costellazioni di incidenti probatori previa emissione del responso. Una percezione politica che sia spregiudicata ed efficace non può permettersi di vagabondare tra gli infiniti fatti: considera, invece, il “fatto” generale ed unico in se stesso. Beninteso: una questione che attiene all’olistica. Si vedono attorno dei fiori e delle croci, ma la diagnosi generale è: cimitero.

Stavolta non si tratta del solito carosello di sommarie sentenze o di macchine spara-letame, si tratta di intonare il mea culpa e rivestirsi di stracci, assumersi il peso di una scelta alla cui soluzione basta il respiro.