Anno Domini 1968: il disegno di legge presentato e voluto dal sen. Arturo Perugini relativo alla unificazione dei tre comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’ Eufemia nell’unico grande comune di Lamezia Terme è divenuto – il 4 di gennaio – legge dello Stato. Non si trattava di una sommatoria di comuni, anzi il neo agglomerato abbatteva tutti i soliti campanilismi – simboli di una guerra tra poveri – e dava la stura ad una nuova entità viva e vitale nella Piana di S. Eufemia che non solo doveva essere la quarta città della Calabria bensì il motore propulsore ed il cambio di passo di una regione – ieri come oggi – Cenerentola d’Italia.
Questo il disegno e l’intento del senatore lametino, politico di alto ingegno, arguto e sensibile che intravide attorno a lui un mondo in profonda lievitazione, non digeribile e sgradito ai soliti “ignoti” che poi hanno ostato quel processo di rinnovamento e con esso lo sviluppo dell’intera regione.
E non va dimenticato cosa rappresentò il Sessantotto: movimento di protesta che interessò tutti i paesi occidentali e finanche alcuni stati del blocco sovietico. Ebbe luogo non esclusivamente nelle scuole e nelle università ma vi parteciparono anche gli operai e la gente comune. Tutti alla ricerca di una significativa crescita economica e non solo.
Anche i giovani lametini – me compreso – speranzosi e gonfi del vento del rinnovamento scesero in piazza, “occuparono” i binari della stazione di Sant’Eufemia, inscenarono mille proteste contestando i valori tradizionali e le stesse istituzioni, mentre gli accreditati Soloni della politica di casa nostra ignorarono ogni istanza di cambiamento e le grida di una generazione.
Quanto avvenne negli anni successivi all’approvazione del disegno di legge Perugini – fine anni sessanta e primi anni settanta – i moti di Reggio Calabria, gli scioperi, le lacerazioni politiche e quant’altro – appartengono ormai ad una storia che non si discosta dalla monotonia ripetitiva e dalla logica fotticompagnesca che ha caratterizzato poi tutte le scelte politiche avvenute nella regione bruzia. Dall’inizio del regionalismo ben diciotto presidenti appartenenti alle diverse formazioni politiche, tutti senza storie da tenere a mente, si sono alternati alla guida della regione senza concludere alcunché, senza mollare le logiche spartitorie. Non è per caso né per carità di patria (modo abbastanza disinvolto di definire la spartizione della torta) che la sede della giunta regionale sia a Catanzaro, che quella del consiglio regionale sia a Reggio Calabria, che l’università sia a Cosenza, che l’aeroporto sia a Lamezia, che il porto sia a Gioia Tauro, che la Calabria – effetto collaterale – sia sempre la Cenerentola di Italia.
Immaginate amici lettori: se al di là di quanto avvenuto i nostri “numi tutelari” si fossero messi nel 1968 attorno ad un tavolo – magari come quattro amici al bar – e sulla falsariga del disegno di legge di peruginiana memoria, accantonando campanilismi e beghe politiche, ne avessero stilato uno calato sulla realtà regionale, oggi staremmo a piangerci addosso?
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In tal fatto quadro regionale – Saragat presidente – il disegno di legge peruginiano viene votato dal Parlamento, diventando la legge nr. 6 del 4 gennaio 1968. L’hanno votata i democratici cristiani, non tutti i comunisti e tanti parlamentari convinti della bontà del prodotto che a fronte dei campanilismi, delle illogiche divisioni esistenti sul territorio nazionale, delle guerre tra poveri in atto ad ogni latitudine, finalmente si votava per qualcosa di nuovo: tre comuni si uniscono per diventare una città, la quarta della Calabria, ma anche un’entità che avrebbe dovuto essere il volano dello sviluppo regionale.
Ben presto, però, la fantasia ha dovuto cedere il passo alla realtà a fronte di un cambiamento di umori della classe politica regionale i cui esponenti – Pucci, Ferrara, Bisantis, successori e portatori d’acqua – da sostenitori dell’iniziativa peruginiana, nel corso del tempo sono diventati spietati cecchini, probabilmente per difendere l’immortalità della Città delle aquile. E se poi a tutto ciò aggiungiamo che nel contempo la città è entrata in grave crisi anche per colpa di personaggi – politici e non – inidonei ed incapaci abbiamo le ragioni vere del perché la Lamezia città – regione, una spoliazione dopo l’altra è diventata un’anatra zoppa.
Mi sia consentito un breve excursus: nel contesto della Napoli del dopoguerra, all’incirca nel 1944, circolava un celebre brano la cui protagonista era Zazà, personaggio simbolico che rappresenta una figura misteriosa e sfuggente spesso associata alla donna perduta o metafora della città ferita. La faccio mia perché tra una tammuriata e l’altra, al suono di nacchere, rotarelle e putipì sa fumarono a Zazà cosi come la grande Lamezia, cancellata anche dal libro dei sogni. Quanto è avvenuto politicamente non può essere perdonato a quella classe dirigente mediocre e parolaia che ha calcato il proscenio politico fin dalla sua nascita.