Era il 24 maggio del 1915. L’Italia si svegliava improvvisamente bellicosa, indossando l’elmetto e impugnando il tricolore con l’entusiasmo della carne da cannone. Un secolo e spicci dopo, è il 25 maggio 2025, e Lamezia Terme marcia di nuovo verso il fronte, con la stessa solennità, lo stesso entusiasmo popolare, lo stesso vago senso di catastrofe mascherato da patriottismo elettorale.
Anche oggi, come allora, non sappiamo esattamente perché entriamo in guerra, ma ci entriamo. I programmi dei candidati sono i nuovi patti segreti di Londra: nessuno li legge, ma promettono territori inesistenti e glorie future, spesso oltre i confini della ragione. Doris Lo Moro è la Francia repubblicana che promette giustizia e riscatto; Mario Murone il nostro Conrad von Hötzendorf, che crede ancora nell’assalto con la sciabola; Gianpaolo Bevilacqua, infine, è l’Austria-Ungheria: elegante, compassato, convinto che l’Impero possa ancora essere restaurato a colpi di comunicati stampa.
Le affissioni murali sono i nuovi manifesti di propaganda: visi levigati, sorrisi da avanspettacolo e proclami in grassetto. “Ripartiamo insieme”, “Uniti per Lamezia”, “Costruiamo il futuro”: tutti più o meno equivalenti a “Vinceremo entro Natale”. Peccato che il Natale, a queste latitudini, arrivi solo per gli appaltatori e i parenti in quota.
Come nel 1915, anche oggi si discute accanitamente nei salotti e nei bar: chi sostiene la “mobilitazione elettorale” come dovere civico, chi predica la neutralità, chi vorrebbe un intervento umanitario per salvare almeno il centro storico dalla desertificazione morale e commerciale. Le periferie, intanto, restano trincee di fango dove non arriva nemmeno il Wi-Fi del Comune.
C’è chi si arruola in lista per puro idealismo, chi per convenienza logistica (conoscere l’assessore alla viabilità aiuta a evitare le multe), chi perché ha una segreteria politica da riciclare. Il candidato consigliere medio si presenta armato di profilo Facebook, una giacca blu e una foto con un cane adottato per l’occasione. Promette cose irrealizzabili con la serenità di chi sa che tanto, alla fine, non gli verrà chiesto nulla.
L’elettore, dal canto suo, è il fante stanco, costretto a votare con l’aria di chi si infila nell’autoblindo sapendo che il motore è rotto. È il reduce di cento elezioni, con le cicatrici della disillusione ancora fresche. Vota per inerzia, per disperazione, o perché il cugino è capolista e “almeno è uno pulito”.
Come durante la Grande Guerra, anche qui gli strateghi politici sono convinti che basterà un’elezione lampo per sistemare tutto: la macchina comunale, i conti in rosso, il traffico, il disincanto esistenziale. Ma la storia insegna che ogni “breve conflitto risolutivo” si trasforma in guerra di posizione: delibere che non passano, coalizioni che si sfaldano, assessori che cambiano casacca con l’agilità di un tenente fuggitivo.
E allora che fare? Rifugiarsi in Svizzera, ossia nell’astensionismo? Oppure arrendersi e votare “il meno peggio”, come si indossa una maschera antigas? La verità è che, a Lamezia come a Caporetto, il problema non è il nemico: è lo Stato Maggiore.
Eppure, nonostante tutto, il 25 maggio marceremo di nuovo verso i seggi, come truppe silenziose, armate solo di matita copiativa e amara ironia. Saremo lì, all’alba della nuova grande offensiva democratica, pronti a fare la nostra parte, cioè crocettare un nome e tornare a casa. Come sempre, confidando che questa sia l’ultima guerra. Ma la storia – si sa – non ama le conclusioni.